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CRONACHE DI BURU BURU

Locandina spettacolo Cronache di Buru BuruLa vita è lunghissima. Diffidate di chi vi dice il contrario. La vita è lunghissima e tutti coloro che se ne vanno prima o poi ritornano, o defluiscono nel Gange. Per questo motivo si dovrebbe poter imparare a non prendere troppo sul serio quel dolore straziante che ti sbriciola il cuore quando pensi che qualcuno di insostituibile se ne stia andando. È sostituibile, e comunque ritorna. Sarai tu a non essere più lì quando questa persona ritornerà. È uno dei destini bizzarri della nostra generazione: non abbiamo casa, nulla ci appartiene veramente, e se lo fa ci stufa, ci angoscia, ci deforma, ci affloscia, ci opprime e prima o poi fortunatamente ci lascia. Insomma, bisogna andare: o se ne vanno loro, o ce ne andiamo noi, oppure ce ne andiamo tutti, e la scena resta vuota. Questo libro tratta di ciò che resta: la scena vuota, senza di me e senza di voi, popolata di fantasmi e di ciò che avrebbe potuto essere se avessimo avuto la forza, il coraggio, la perseveranza, la trasparenza, l’onestà – tutte cose giuste per un’altra generazione, avrebbe detto Giorgio Gaber. Noi siamo pusillanimi nel guardarci dentro, attori consumati, spettatori scettici e fuggitori seriali, non facciamo che fuggire. Per questo motivo, dopo aver assommato nella mia vita cinquantadue camere da letto che potrei definire “mie” (e nelle quali ho vissuto quasi sempre solo, obtorto collo), ho deciso di trasformare la mia essenza di fuggitivo in quella di stanziale della fuga. Non sono io che me ne vado (peraltro mi raggiungo sempre, porco schifo), ma è la scena che scivola via, mi trascorre accanto sempre più veloce, mi offre sempre più punti incongrui, appigli per credermi già altrove quando ancora non lo sono. Cambiare me stesso, invece? Questo libro tratta anche di questo. Ma non lascia soverchie speranze. La carota che sono stato capace di porre all’estremità del bastone mi appare via via sempre meno appetibile e sono sempre più lento nella corsa, più svogliato, meno entusiasta. Quindi se cambio lo faccio mio malgrado. Che leggerezza, che sollievo… Tutte le formiche dell’universo mi ripetono che pagherò questa vita da cicala e le responsabilità che schivo mi raggiungeranno. Non si rendono conto del fatto che quelle responsabilità io le vivo intensamente e le affronto, anche se a modo mio, risolvendone una alla volta ogni volta che posso. Non si rendono conto che io non avrò mai casa, mai un porto, mai più un amore, una famiglia, una quiete, finché non sarò casa di me stesso da solo. Per questo, augurandovi buona lettura, vi ricordo che Paolo Fusi è solo lo pseudonimo che uso nella scena eterna della quotidianità, per non farmi riconoscere. Perché il mio nome è Bond. Vaga Bond. E il Pianeta Terra è troppo piccolo per me, straniero. Figuriamoci per noi due insieme.

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