La riscoperta del grido – Shout (Tears for Fears)

La riscoperta del grido
“Shout” (Tears for Fears) – 1985

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Urla, urla, libera il tuo urlo, scatenalo. Nel 1985, un’ondata di gelo storico invade il nostro paese: a Bologna a gennaio si toccano i -29°, a Firenze -23. Oggi ci siamo dimenticati di cosa significa la parola “freddo”, ma solo pochi decenni fa – prima che l’uomo ci mettesse il suo intossicando definitivamente il pianeta – esistevano ancora le stagioni e tutti noi le seguivamo. A febbraio il governo Craxi dà il via all’avventura delle TV private con il Decreto Berlusconi Bis. Il 27 marzo le cosiddette “Nuove Brigate Rosse” uccidono l’economista Ezio Tarantelli, il 23 settembre il giornalista Giancarlo Siani. Il 7 ottobre la nave Achille Lauro viene sequestrata da un commando guerrigliero palestinese e, prima di arrendersi, uccide un cittadino americano di fede ebraica, immobilizzato su una sedia a rotelle. Il governo Craxi, che aveva negoziato la resa dei palestinesi, si rifiuta di consegnare i quattro terroristi agli USA, il che porta ad una crisi profonda tra Roma e Washington che, per tre volte, giunge fino al limite di un attacco armato americano via aerea sulle basi italiane. Alla fine sarà l’Ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi segreti militari (SISMI), a rendere delle decisioni dure e rischiosissime che culminarono con la minaccia di attaccare un cacciabombardiere USA sulla pista di decollo di Sigonella. Martini sarà anche lo stesso ufficiale coinvolto nelle indagini che sosterranno la vicinanza sospetta tra le “Nuove BR” ed il SISMI. Pochi anni dopo, quando le inchieste della magistratura scopriranno le malefatte dell’altra agenzia dei servizi segreti (il SISDE) e dei suoi dirigenti Maurizio Broccoletti e Michele Finocchi, il nome dell’Ammiraglio Martini verrà ancora una volta coinvolto in sospette attività di depistaggio. Martini, ex ufficiale della marina fascista nella Seconda Guerra Mondiale, si difese dicendo che quando lui prese in mano il SISMI l’Italia venisse strattonata e gestita dai servizi americani ed israeliani, e di come lui, al contrario, grazie a Craxi avesse rimesso gli interessi italiani al centro delle attività dei servizi – il che ammette l’esistenza dio un “potere forte” in Italia che va al di là di ciò che si vede nella vita politica, e di cui Craxi sarà parte fondante fino agli scandali di “Mani Pulite” di una decina di anni più tardi. Il 1985 fu per l’Italia un anno difficile, durissimo, di violenza sorda e sottocutanea. L’inno di quell’anno è quindi una canzone particolare dei Tears for Fears”: “Shout”, ovvero l’urlo primordiale, quello che tutti noi abbiamo represso fin da quando il ‘68 ci ha improvvisamente risvegliato, l’urlo primitivo della nostra sofferenza più antica e delle nostre difese. Lo psicanalista americano Arthur Janov e la sua “Terapia Primaria”, diventano una vera e propria religione per i Tears for Fears, che non ne fecero mai mistero: “Shout” i tuoi bisogni più profondi, “Shout” la tua disperazione, “Shout” la tua necessità di amore, di coccole, di nutrizione. Abbiamo bisogno di essere amati per arrivare alla totale indipendenza, e quando i nostri bisogni non sono soddisfatti scopriamo di essere infelici e nevrotici. E cosa sono le nevrosi? Questa parola nuova e oscura affonda nell’arte, nella letteratura e nella musica: l’urlo liberatorio di Cindy Lauper in “We are the World”, l’urlo di dolore di “Rambo”, quello del film “Edvard Munch”, in cui il regista Peter Watkins racconta la nascita di uno dei dipinti più impor6tanti del 20° secolo, l’espressionista di “The Scream”. Quando uscì questa canzone Roland Orzabal e Curt Smith erano ancora degli sconosciuti, e la loro prima band, the Graduate, aveva avuto difficoltà a farsi largo nella scena britannica – troppo uguale ad Aztec Camera di Roddy Frame, che la maggior parte di noi ricorda per “Somewhere in my heart” ma aveva già alle spalle diversi dischi molto apprezzati dalla scena underground scozzese. Ma questa canzone divenne l’inno di un’intera generazione di giovani britannici, perché per la prima volta, in un modo del tutto pop e molto inglese, lanciava un grido che chiamava a raccolta l’intera popolazione (e non solo i minatori e gli altri proletari che venivano in quegli anni cancellati dalla politica economica di Margaret Thatcher), specie i figli della borghesia e della nascente aristocrazia bancaria, a ribellarsi all’appiattimento, alla mercificazione ed alla plastificazione della società moderna. Il look della band richiama ai film dello spionaggio inglesi degli anni 60, ai “Persuaders” (Attenti a quei due, serie di telefilm con Tony Curtis e Roger Moore), a James Dean, ad un ribellismo estetico e certamente non proletario, che è completamente diverso da quello degli anni 60, ma che certamente è lontanissimo dal rifiuto della società proprio dei punk. Ovviamente Tears For Fears è una band non credibile come esponente di una critica sistemica – ed infatti avrà vita breve, anche se Roland Orzabal tenta continuamente di rimettere in piedi il vecchio successo con canzoni sempre più datate ed inappetibili per il gusto di oggi. Ma in quel 1985 una parte della cultura inglese sperava che nelle radici culturali della nobiltà imperiale ci fosse ancora una chiave per ritrovare la costosa spensieratezza della Estate Infinita. Invano.

 

“Shout”

Shout, shout, let it all out
These are the things I can do without
Come on, I’m talking to you, come on

In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy

Shout, shout, let it all out
These are the things I can do without
Come on, I’m talking to you, come on

They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale

Shout, shout, let it all out
These are the things I can do without
Come on, I’m talking to you, come on

And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart

(Ian Stanley, Roland Orzabal)